{"id":1241,"date":"2013-02-26T11:35:57","date_gmt":"2013-02-26T09:35:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.terre-di-toscana.com\/?p=1241"},"modified":"2013-02-26T11:35:57","modified_gmt":"2013-02-26T09:35:57","slug":"il-ranno-e-il-cenone-di-natale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/terre-di-toscana.com\/terreditoscana\/il-ranno-e-il-cenone-di-natale\/","title":{"rendered":"Il ranno e il cenone di Natale"},"content":{"rendered":"<p>Una delle pi\u00f9 tipiche tradizioni amiatine \u2013 come di tutti i paesi poveri \u2013 \u00e8 quella del risparmio. Le nostre nonne, vissute in tempi di povert\u00e0 e di carestie, erano abituate a riutilizzare al massimo le poche risorse a loro disposizione. Erano in un certo senso maestre di quella tendenza di oggi a riciclare e riutilizzare e conoscevano tutti i segreti pi\u00f9 riposti di quest\u2019arte. Nulla si buttava, perch\u00e9 tutto \u2013 tutto quel po\u2019 che c\u2019era \u2013 poteva tornare utile.<!--more--> Si dice di Platone che \u00e8 come il maiale: non si butta via niente. Ma questa regola aurea era valida per le antenate amiatine non tanto nei confronti di Platone (di cui conoscevano ben poco) o del maiale (che invece conoscevano bene, perch\u00e9 lo allevavano nelle cantine sotto casa), quanto nei confronti di ogni cosa in generale. Per esempio la cenere: s\u00ec, proprio la cenere delle stufe o dei caminetti, preziosissima per fare il bucato e lavare i ceci. Due usi apparentemente inconciliabili, ma in realt\u00e0 derivanti dal fatto che la cenere \u00e8 ottima per sbiancare e pulire le cose. Le nostre nonne la mettevano da parte per fare la cosiddetta cenerata (o cinerata), cio\u00e8 lavare le lenzuola bianche. Lasciare infatti le lenzuola a bagno nella cenere, e poi risciacquarle, le rendeva assolutamente splendenti \u2013 e certo le sciupava meno della candeggina. Il procedimento era il seguente (e si consideri che le lenzuola all\u2019epoca erano molto pesanti, tessute al telaio con canapa o lino, estremamente difficili da lavare a mano): si poneva il bucato in una conca, sul fondo della quale c\u2019era un tappo. Quindi si stendeva un panno piuttosto pesante sopra la conca e si ricopriva con tre o quattro dita di cenere. Si versava infine un bel po\u2019 di acqua bollente sul panno, fino a bagnare tutta la cenere e si lasciava il bucato una intera notte a bagno in questo strano detersivo, che prende il nome di ranno. La mattina dopo si stappava la conca &#8211; operazione alquanto delicata perch\u00e9 la cenere tende a coagularsi &#8211; e si andava al lavatoio a risciacquare il bucato. Era molto facile sbucciarsi le mani e i gomiti, perch\u00e9 i panni trattati con il ranno diventano molto lisci. Il procedimento \u00e8 identico anche per i ceci: si mette un tovagliolo sopra i ceci, si versa acqua bollente e si lasciano a bagno tutta la notte nel ranno. Il giorno dopo si strusciano con le mani e i gusci vengono via facilmente. La qualit\u00e0 dei ceci viene cos\u00ec salvaguardata e un confronto tra i ceci preparati in questa maniera e quelli in scatola \u00e8 decisamente a vantaggio dei primi. Un segreto: con il ranno dei ceci si possono lavare i capelli \u2013 non esiste shampoo pi\u00f9 efficace. Poi, naturalmente, quel che resta del ranno va buttato, perch\u00e9 non \u00e8 possibile farci nient\u2019altro. Ma con i ceci si possono cucinare mille cose, in particolare un piatto tipico amiatino, la zuppa, deliziosa pietanza che le nostre donne e i nostri chef propongono abbastanza abitualmente, ma che in alcune parti dell\u2019Amiata \u00e8 divenuto un piatto tipico della notte di Natale, da servire insieme al crostino di cavolo, all\u2019anguilla in umido, al baccal\u00e0, allo stoccafisso e alle lumache, sgusciate o no (i famosi lumacci): non si tratta proprio di un pranzo leggero, ma si pu\u00f2 fare una volta l\u2019anno. (La presente digressione ne suscita un\u2019altra, pi\u00f9 che altro un buffo ricordo, non legato al cibo: c\u2019era ad Abbadia una signora specializzata nel rattoppare le calze da donna in maniera eccezionale, senza che la cucitura fosse visibile: un dono, probabilmente, acquisito in tempo di guerra, quando le ragazze si disegnavano la riga sui polpacci per dar l\u2019illusione di indossare le calze \u2013 cosa che avveniva in tutto il mondo, per altro: vedi Radio Days di Woody Allen. Faceva il lavoro per due soldi, ma con la solita cura certosina di tutte le sue contemporanee, solo che era particolarmente asociale e non desiderava ricevere le clienti in casa. Ogni volta che le si portava un paio di calze, diceva che aveva appena finito di dare il cencio sui pavimenti e calava dall\u2019alto della sua finestra un panierino di vimini da funghi, dove si doveva posare il prezioso cimelio da rattoppare. Stessa storia a lavoro finito: il panierino calava con le calze ricucite e la cliente ci metteva dentro quelle dieci lire della ricompensa).<\/p>\n<p>Gli antichi strumenti di lavoro per le raccolte e la lavorazione dei prodotti sopra elencati sono visibili presso il Museo Etnografico di Santa Caterina di Roccalbegna, via Roma 15 (visite su prenotazione al Comune, 0564.989032, f. 0564.989222, g.falciani@comune.roccalbegna.gr.it; presso il Museo della Vite e del Vino di Montenero d\u2019Orcia di Castel del Piano, via della Piazza, 0564.954308, f. 0564.954428, museo@stradadelvinomontecucco.com, visite su prenotazione allo 0564.994630; alla Casa Museo della Civilt\u00e0 Contadina di Monticello Amiata di Cinigiano, via Grande, 0564.992777 (Pro Loco) e 0564.993407 (Comune), proloco@monticelloamiata.it. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una delle pi\u00f9 tipiche tradizioni amiatine \u2013 come di tutti i paesi poveri \u2013 \u00e8 quella del risparmio. 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